su di noi

Un golpe sindacale

di Giorgio Cremaschi

su Liberazione del 16/10/2009

 

Tecnicamente è un golpe. Come definire diversamente, infatti, la violazione brutale delle più elementari regole di democrazia con la sopraffazione della maggioranza da parte della minoranza? Fim e Uilm da sole rappresentano a malapena un terzo dei metalmeccanici. La Fiom da sola ha raccolto, tra iscritti e voti, un consenso tra il 55 e il 60% della categoria. Nel 2008 è stato firmato un contratto nazionale che prevedeva la durata della parte normativa fino alla fine del 2010. Eppure Fim e Uilm hanno unilateralmente disdettato il contratto in vigore, per applicare il nuovo sistema derivante dall'accordo, anch'esso separato, del 15 aprile. Nella sostanza Fim e Uilm hanno preteso di cambiare le regole del gioco nel corso della partita, senza il consenso dei giocatori più importanti e senza verificare con tutti se si era d'accordo. La Fiom ha semplicemente rivendicato il proprio buon diritto a rinnovare il contratto sulla base delle regole ancora in vigore.

Ma nessun golpe riesce da parte di una minoranza, se dietro di essa non c'è un potere forte che la adopera e sostiene per i propri fini. Non sono i sindacati che fanno gli accordi separati, ma i padroni. La Federmeccanica, dopo due rinnovi separati, aveva deciso per due volte di seguito di fare intese unitarie. Ora ha di nuovo cambiato idea. Perché? Sono gli stessi contenuti dell'accordo che lo chiariscono.
Fim e Uilm hanno infatti accettato di svalutare il valore del lavoro dei metalmeccanici attraverso la riduzione del salario del nazionale. L'aumento è ridicolo e offensivo, 15 euro netti per un operaio di terzo livello per tutto il 2010. La durata triennale non è accompagnata da alcuna garanzia rispetto all'inflazione, mentre si abbandona una conquista storica dei vecchi contratti, la rivalutazione del valore punto. Tale conquista, che aveva migliorato il sistema del 23 luglio, faceva sì che ad ogni rinnovo contrattuale si trattasse su una base più alta del rinnovo precedente. Ora, cancellato questo meccanismo, ci si predispone ad un andamento opposto: cioè che ogni contratto dia meno soldi di quello prima. A tutto questo si aggiunge la piena accettazione dell'intesa confederale separata del 15 aprile 2009. Quella che dà il via alle deroghe al contratto nazionale, che riduce le libertà di contrattazione e i diritti individuali. 
Già ora il testo firmato parla di conciliazione e arbitrato e limita l'autonomia di contrattazione in fabbrica. 

Alla faccia di chi sosteneva che bisognava fare meno contratto nazionale per avere più accordi aziendali. Fim, Uilm e Federmeccanica, per non sbagliarsi, limitano tutti e due.
La Fiom ha chiesto il blocco dei licenziamenti e della chiusura delle fabbriche. Fim, Uilm e Federmeccanica hanno trovato una soluzione della crisi più lungimirante: l'istituzione di un ente bilaterale che raccoglierà fondi con la promessa di dare, tra tre anni, qualche contributo a qualche lavoratore particolarmente disagiato. Una risposta diffusa e tempestiva, quando centinaia di migliaia di lavoratori rischiano ora il salario e il posto. Ma l'importante è istituire un nuovo carrozzone, con il quale alimentare la collaborazione tra sindacato e imprese.
Potremmo andare avanti nello scoprire piccole e grandi porcherie nell'accordo, dal part-time selvaggio al peggioramento dei diritti per i contratti a termine, ma la sostanza è sempre quella. La Federmeccanica e la Confindustria hanno deciso di svalutare il lavoro passando per la complicità - direbbe il ministro Sacconi - di Fim e Uilm. Pensano di farcela, anche se sanno benissimo che in un referendum normale la grande maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori travolgerebbe il loro accordo sotto una valanga di no. Pensano di farcela perché danno per scontato che nella società e nella politica italiana sia oramai un luogo comune accettato da tutti che i lavoratori siano cittadini di serie B, per i quali non valgono le regole della democrazia. Si può fare un golpe contro un contratto e la democrazia sindacale e presentare il tutto come un'evoluzione delle relazioni industriali.
La rivoluzione francese cominciò perché il sovrano faceva votare per "stati" e non per persone. Così aristocrazia e clero, pur essendo una ristretta minoranza, vincevano sempre contro il popolo, che aveva un solo voto contro i loro due. Oggi si vorrebbe far votare i contratti per sindacati. Si conta la somma delle sigle e si dice "qui c'è la maggioranza". Anche se la grande maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori sta da un'altra parte. I francesi fecero la rivoluzione perché non accettavano quel sistema medievale di decisioni. Oggi è al medioevo che si vogliono riportare i lavoratori. E non solo loro. 
La determinazione della Fiom e una sacrosanta ribellione dei lavoratori e dell'opinione pubblica fermerà questa deriva.

«Un contratto illegittimo»

di Francesco Piccioni

su il manifesto del 16/10/2009

Firmato ieri il nuovo contratto dei metalmeccanici. Contro la Fiom-Cgil, organizzazione maggioritaria, che annuncia mobilitazioni

«Il contratto più facile della storia», ammette il direttore di Federmeccanica, Roberto Santarelli. Poi cerca di limitare il giudizio ai «tempi necessari per arrivare all'accordo». Ma il senso è chiaro: l'obiettivo politico era quello di «fissare le nuove regole definite nell'accordo del 15 aprile», specie «in un settore che ha sempre ricoperto un ruolo rilevante nelle relazioni industriali italiane».
Il contenuto del contratto, il famoso «merito», vale molto di meno. I 110 euro di aumento salariale rappresentano una riduzione - piccola, ma duratura nel tempo - del «valore-punto» usato per definire il recupero sull'inflazione (18 euro per ogni 1% dell'indice Istat). Fim e Uilm, nella loro piattaforma, avevano infatti indicato il vecchio valore, per un totale di 113. L'erogazione della cifra avverrà in tre diverse tranche, con la paga di gennaio: 28 euro nel 2010, 40 nel 2011 e 42 dell'anno successivo. Si tratta di valori parametrati per dipendenti al quinto livello di qualifica. Per i terzi livelli (la maggior parte dei metalmeccanici) si tratta di molto meno. L'«elemento perequativo» per chi lavora nelle piccole imprese, dove non c'è contrattazione aziendale, è di appena 15 euro. Lordi, naturalmente; ovvero 10 netti.
Nei comunicati ufficiali si parla però di 112 euro. I due in più sono la cifra che per il momento le aziende si impegnano a versare ogni mese, per ogni singolo dipendente, nelle casse del costituendo «fondo di solidarietà e sostegno al reddito». Si tratta di un nuovo ente bilaterale, in cogestione imprese-sindacato, che però entrerà in funzione solo nel 2013; allora sia l'azienda che il singolo lavoratore dovranno versare un euro a testa, su base volontaria. I segretari di Fim e Uilm stimano che nei primi due anni di vita questo fondo potrebbe capitalizzare 80 milioni di euro. E si capisce, perciò, perché due sindacati più che moderati come Ugl (ex Cisnal) e Fismic (ex Sida) abbiano minacciato fino a ieri sera di «non firmare il contratto, se non vengono date precise garanzie» di poter partecipare «con pari dignità» alla gestione del fondo. Pur di riuscirci sono arrivati a ricordare che solo con la loro adesione i sindacati «firmatari» avrebbero, con molto sforzo di fantasia, raggiunto almeno la parità numerica con gli iscritti alla sola Fiom. Nel pomeriggio sono stati comunque velocemente convinti dalle imprese.
Tutto qui. Le regole normative, e molti altri problemi, sono stati consegnati al lungo lavorio delle commissioni. Un modo - voluto da Federmeccanica - di lasciare la porta aperta ad eventuali ripensamenti della Fiom, nel caso dovessero cambiare gli equilibri politici al suo interno o nel complesso della Cgil.
Eventualità decisamente improbabile, per ora. Il segretario generale della confederazione di corso Italia, Guglielmo Epifani, è intervenuto per stigmatizzare il fatto che «si è scelta la strada che era meglio non imboccare: quella della firma senza la più grande organizzazione del settore, la Fiom». «Non è la prima volta, ma oggi è più grave perché la durezza della crisi e i problemi dell'occupazione vanno affrontati non dividendo, ma unendo gli sforzi».
Le imprese ragionano in tutt'altro modo. Il presidente di Federmeccanica, Pier Luigi Ceccardi, ha spiegato che si tratta solo di «salvare i posti di lavoro e di tenere in vita le aziende». Perché «non ci sono segnali di ripresa; il massimo che si può dire è che si è fermata la caduta, ma per arrivare alle quote di mercato del 2007 serviranno almeno quattro anni». E quindi, alla contrarietà della Fiom la delegazione industriale ha risposto «con un silenzio che è stato molto eloquente».
Per tutta la durata del negoziato la Fiom è stata presente soltanto con un osservatore. Ieri, al momento della firma, è toccato a Fausto Durante confermare che «contestiamo la legittimità e l'efficacia giuridica di questo accordo, perché in palese violazione degli accordi del '93 e del contratto 2008». Al punto che «la contrattazione per noi è ancora aperta e la Fiom si riserva di prendere tutte le misure ritenute necessarie». Dopo di che ha abbandonato la sala.
Ai giornalisti ha poi spiegato che «non sono affatto escluse le vie legali». Anche se la priorità viene data alle iniziative di lotta, «fabbrica per fabbrica, territorio per territorio, per impedire che questo accordo possa trovare applicazione e realizzare i danni disastrosi che vi sono contenuti in nuce». Il Comitato centrale Fiom si riunirà martedì 20 proprio per discutere queste iniziative, perché «è stata condotta una finta trattativa da parte di sindacalisti mediocri», che «svendono il valore dei lavoratori e dello stesso contratto». La sfida è chiara: «chiediamo che si sottopongano al giudizio dei lavoratori con un referendum. Se Fim e Uilm pensano di aver fatto un buon accordo, non dovrebbero aver difficoltà a far votare i lavoratori. Se non vogliono farlo, si vede che non è un buon contratto». Anzi, il peggiore: quello che rovescia una storia sindacale di oltre 40 anni.

intervista a Gianni Rinaldini, 8 febbraio 2009, vai su:

http://www.fiom.cgil.it/eventi/2009/09_02_13-sciopero/stampa/09_02_09-unita.pdf

da "LA STAMPA" del 29 gennaio 2009

MIRAFIORI - Scioperi spontanei contro la crisi

La rabbia di Mirafiori è esplosa. È esplosa in lastroferratura, al montaggio. Come è accaduto spesso nella storia della grande fabbrica torinese, all’improvviso i lavoratori si sono fermati. Era nell’aria, ma l’imminente ulteriore settimana di cassa integrazione - da lunedì le Carrozzerie saranno di nuovo ferme - sembrava aver annichilito gli umori, smorzato le esuberanze. Invece no. Invece in 500 hanno percorso i reparti, solcato le officine, assediato le linee produttive. Si sono spinti fino al limitare della porta 2, quella classica dove sempre tutto accade, con i giacconi buttati sulle spalle, con i megafoni. Per due ore, dalle tre alle cinque, si sono fermati per dire: il governo sostenga l’auto. Lo slogan più efficace è di un delegato Fiom, Ugo Bolognesi: «Non ci faremo chiudere dai pochi spiccioli di Berlusconi».

Gli operai temono che gli stabilimenti «inchiodino», hanno paura come nel 2002. Allora l’avevano sfangata a prezzo di sacrifici, lotte, molti esuberi andati in mobilità e poi in pensione. Adesso il sentir dire dall’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne che sono a rischio 60 mila posti nel sistema auto li spaventa a morte. Arrivano in fabbrica alle due con nella testa le notizie sull’incontro tra i vertici del Lingotto e il governo della sera prima; si parla di 300 milioni di sostegno per l’auto italiana. Hanno avuto tempo - a differenza dei colleghi giunti a Mirafiori alle 6 e usciti di casa nella notte - di ragionarci. E si sono imbufaliti. Come nel 2002. L’obiettivo non è la Fiat. L’obiettivo è il governo. Maria Epifania ha 35 anni, in Carrozzeria ci sta da undici. Non ha dubbi: «Ma a che cosa servono 300 milioni? A niente, niente di niente».

E si aspetta di più: «Noi con la cassa integrazione prendiamo 750-800 euro al mese, i sacrifici li facciamo e allora il governo si svegli». Già, il governo. C’è una ruggine - al di là delle posizioni politiche che a Mirafiori come nella altre fabbriche non sono necessariamente a sinistra - con un governo che già nel 2002 non era stato sentito come amico. Allora erano insorti addirittura «vecchi» e storici delegati Fiom a difesa della famiglia Agnelli e dell’azienda; adesso la situazione non è così estrema, ma la diffidenza si sente. Gianfranco Currado è a Mirafiori dall’87 e lo dice chiaro: «Noi passiamo da una cassa a un’altra e il governo sta con le mani in mano mentre i governi del mondo intervengono. Vogliamo risposte e subito perchè non possiamo permettere che si perda il lavoro qui in Italia, qui a Torino senza combattere». E annuncia a se stesso e ai compagni: «Questo è solo l’inizio». Mentre le prime ombre della sera calano gli operai tornano nei reparti della fabbrica che produce, quando si lavora, 800 auto al giorno contro le mille giudicate soglia minima di equilibrio. Tornano alle linee lavoro con la paura nel cuore. La paura di restare soli.

ASSEMBLEE DEI LAVORATORI CARROZZERIA MIRAFIORI

Lunedì 26 gennaio 2009 si sono svolte le assemblee informative ai lavoratori della Carrozzeria di Mirafiori sullo stato della crisi con particolare attenzione al settore auto e alla FIAT in generale.

Assemblee che sono state molto partecipate e che hanno visto un’attenzione particolare dei lavoratori, soprattutto dove sono intervenuti i rappresentanti della FIOM-CGIL.

 

I punti salienti degli interventi si sono focalizzati sulla gravità della fase che stiamo attraversando. È bene ricordare che è  la prima volta, dopo il dopoguerra, che ci troviamo di fronte ad una crisi così profonda che, secondo le proiezioni economiche, durerà a lungo.

 

In questo contesto si collocano la FIAT e i lavoratori, su cui è bene fare una riflessione che necessariamente deve partire dai numeri.

 

Innanzi tutto si è ridotto in questi anni il carattere italiano della produzione FIAT: solo nel 2003 in Italia FIAT produceva il 50% delle vetture, mentre nel 2007 la produzione effettuata negli stabilimenti italiani è scesa al 39%.

Se passiamo a livello nazionale, e del peso produttivo di Mirafiori sugli altri stabilimenti del gruppo in Italia, considerando l’ultimo decennio, passiamo dal 36% del 1997, al 25% del 2007.

Questo tendenza è il chiaro indicatore che la politica attuata dalla FIAT ha il segno di una delocalizzazione delle produzioni fuori dal nostro Paese con la conseguente cancellazioni dei posti di lavoro

 

Tutto ciò è amplificato da questa crisi che è profondamente diversa da quella del 2002.  Nel 2002 era in crisi solo l’auto. Iveco, CNH e Sevel non erano in difficoltà e i lavoratori non hanno fatto cassa integrazione. Non solo, grazie agli altri settori del Gruppo FIAT il bilancio consolidato dell’intero Gruppo è riuscito a colmare le perdite generate dall’auto. 

Oggi tutti i settori sono in crisi e stanno utilizzando la cassa integrazione, addirittura la CNH ha più difficoltà del settore auto.

In cassa, a Torino, nel solo Gruppo FIAT, ci sono più del 50% dei lavoratori, anche se il provvedimento è destinato ad aumentare e tocca in generale circa 40.000 addetti considerando l’indotto.

In questi ultimi mesi a  Mirafiori si producono 600-700 vetture al giorno quando non c’è cassa integrazione, soglia bassissima che mette in ginocchio lo stabilimento. La Grande Punto non si è più prodotta. Musa, Idea, Piccola Punto e Multipla sono modelli vecchi, per non parlare della Thesis che nel mese di dicembre ha visto uscire dalle linee di montaggio soltanto due vetture. La nuova vettura  MI.TO  non riesce a garantire volumi di vendita soddisfacenti .

Il mercato dell’auto è in contrazione del 40% rispetto ai primi mesi dell’anno, sono state vendute 2.500.000 di auto in meno in Europa, se questo trend proseguirà vuol dire, in termini reali,  un produttore in meno di auto sul mercato.

 

Sugli assetti societari l’auto è stata resa completamente autonoma dal resto delle attività del Gruppo, ciò vuol dire che adesso è possibile effettuare con più facilità  il cosi detto “spin-off”, ovvero la vendita del pacchetto auto.

Le dichiarazioni di Marchionne fatte a dicembre sulla riduzione dei produttori mondiali di auto a 5 o 6, con una soglia minima di volumi produttivi a 5 milioni e mezzo di auto, sono un chiaro segnale che la Fiat è in vendita, o quantomeno in cerca di alleanze, le cui caratteristiche potrebbero essere la perdita del controllo della FIAT da parte degli attuali azionisti.

Questo aspetto non è da sottovalutare, se FIAT farà delle alleanze bisognerà vedere cosa prevederanno, perché si corre il rischio di cedere il controllo ad altri che inevitabilmente faranno delle pesanti ristrutturazioni con chiusura di stabilimenti e spostamento della testa altrove.

 

 

Sull’alleanza con la Chrysler c’è il segno che Fiat si muove, ma non è assolutamente sufficiente e non corrisponde all’identikit fatto da Marchionne su un partner strategico da 5.500.000 di vetture, In ogni caso questa alleanza non determinerà alcun beneficio immediato ai lavoratori della FIAT e non risolve il problema delle produzioni, della tenuta degli stabilimenti italiani e dell’occupazione.

Ci vogliono quindi altre iniziative più incisive come l’ipotesi di un’auto eco-compatibile e a basso impatto ambientale. Nuovi modelli e nuove produzioni.

 

Tutto quello descritto è fonte di grande preoccupazione tra i lavoratori e delle attese sull’immediato futuro.

 

Altro aspetto da sottolineare e forse il più importante che è emerso dalle assemblee dei lavoratori, è l’assordante silenzio del Governo sull’intervento di aiuto del settore. Agli occhi dei lavoratori è incomprensibile come questo Governo stia assistendo impassibile alla deriva di un settore strategico per l’Italia con la conseguente ricaduta sociale che potrebbe verificarsi. Gli altri paesi europei, e non solo, hanno già predisposto interventi finalizzati al sostegno dell’industria dell’auto e conseguentemente alla salvaguardia dei posti di lavoro. I lavoratori non condividono l’immobilismo del Governo italiano anche perchè vedono sprofondare sempre più in basso la loro condizione materiale di vita, con lo spettro della perdita del lavoro che è sempre più concreto man mano che i giorni passano. Così come hanno voluto rendere chiaro che ogni settimana che passa senza interventi del Governo, determina un aumento dei lavoratori posti in Cassa integrazione. Questo  ritardo aumenta le persone che sono costrette a vivere con 730 euro al mese, senza considerare chi sta già perdendo il posto di lavoro perché impiegato in  piccole imprese dell’indotto.

 

Bisogna bloccare i licenziamenti ed estendere gli ammortizzatori sociali a tutte le imprese ed a tutte le tipologie di rapporti di lavoro attraverso:

-         superamento del massimale attualmente previsto per la Cassa integrazione, ritornando all’80% della retribuzione, a fronte di situazioni prolungate nel tempo e la garanzia dell’anticipo del trattamento economico;

-         rinnovo dei contratti atipici nel settore privato e pubblico. Utilizzo dei contratti di solidarietà e della Cassa integrazione a rotazione;

-         aumento nel tempo e nella quantità della indennità di disoccupazione;

-         modifica urgente della legge Bossi-Fini, almeno laddove si prevede che il lavoratore licenziato, se non trova lavoro entro cinque mesi viene espulso dal nostro paese;

-         sostegno al reddito dei lavoratori in cassa integrazione, in mobilità, licenziati o precari attraverso accordi con le istituzioni locali e il sistema creditizio, anche per ridurre il costo delle rette per asili, scuola, mensa, per la sospensione dei mutui;

-         riduzione delle tasse per le retribuzioni medio-basse a partire dalla restituzione del drenaggio fiscale del 2008;

-         difesa del Testo unico sulla sicurezza che, su richiesta della Confindustria, il governo sta cambiando sostanzialmente, mentre continua la strage quotidiana degli infortuni sul lavoro.

 

L’intervento pubblico verso le imprese deve essere vincolato alla difesa dell’occupazione, alla ricerca e all’innovazione nelle tecnologie e nei prodotti finalizzati alla compatibilità ambientale. L’insieme del settore della mobilità delle merci e delle persone, richiede un intervento anche di dimensioni europee, per  affrontare le nuove frontiere di una crescita eco-compatibile. Un piano d’intervento e sostegno sul terreno delle energie rinnovabili che può rappresentare un settore ad elevata densità occupazionale.

Un piano d’intervento e sostegno per la crescita di un nuovo modello di sviluppo.

 

Per i lavoratori non è un dibattito politico-culturale, è il pagare di tasca propria l’assenza di questo Governo.

 

I lavoratori devono essere ascoltati, aspettare ancora significherebbe far cadere centinaia di migliaia di persone nel baratro della povertà, nell’indifferenza di questo Governo che  ignora gli operai che stanno pagando in prima persona una crisi che non è dipesa da loro.

 

redazionale

 

 

FIAT - Cassa anche a febbraio

Tredicesime meno ricche per gli operai Fiat, altri stop produttivi, contratti interinali e a termine non confermati. Gli effetti della crisi sono sempre più pesanti e la cassa integrazione si farà sentire sullo stipendio aggiuntivo di dicembre, quello che arriverà in questi giorni alle tute blu del Lingotto. Nella busta paga verranno a mancare dai 100 ai 150 euro, a seconda del livello, per gli addetti che sono stati lasciati a casa. Una brutta notizia alla vigilia di Natale.

L´azienda si era impegnata verbalmente con i sindacati a pagare per intero la tredicesima, senza tenere conto delle settimane di cassa accumulate dai lavoratori nel corso del 2008. L´extra di dicembre è frutto di un accantonamento mensile di quote di stipendio, ma per i giorni di cassa, quando si è in carico all´Inps, l´accantonamento viene sospeso.

Nell´incontro di ieri con Fim, Fiom, Uilm, Fismic e Ugl i rappresentanti dell´azienda hanno spiegato che Fiat non può mantenere l´impegno preso a voce. La tredicesima sarà pulita dalla cassa integrazione. A livello nazionale, infatti, per il Lingotto non tenere conto dei periodi in cui i lavoratori sono stati a casa avrebbe voluto dire sborsare dai 4 ai 6 milioni in più. La decisione di sforbiciare la tredicesima è un brutto segnale nei confronti dei lavoratori per i sindacati. In un momento in cui la gente ha bisogno di salario: «È grave il fatto che Fiat si sia dichiarata non in grado di mantenere l´impegno, assunto nel mese di ottobre, di pagare per intero la tredicesima», dice Enzo Masini, coordinatore nazionale della Fiat per la Fiom-Cgil. E aggiunge: «Ci saranno tagli consistenti alle buste paga, ma invece viene confermata la ripartizione agli azionisti dei dividendi, con un esborso di oltre 500 milioni. Perché non hanno deciso di risparmiare su questo fronte?». Ed Eros Panicali della Uilm sostiene che «le tredicesime vanno ripristinate con il saldo di gennaio».

E le brutte notizie non finiscono qui. Il programma di fermi produttivi per i primi mesi del 2009 si arricchisce di giorno in giorno di nuove settimane. Non solo. Nell´incontro con i sindacati il Lingotto ha anche annunciato che da gennaio la cassa coinvolgerà anche gruppi di impiegati degli Enti Centrali di Mirafiori. Rimarranno a casa pure i colletti bianchi del quartiere generale dell´auto di tutto il mondo. A Mirafiori gli addetti rientreranno a lavorare il 18 gennaio anziché il 12 e ci sarà un´altra settimana di fermo dal 2 all´8 febbraio. Al momento non si va oltre, anche se i sindacati temono che nel 2009, almeno nei primi sei mesi, nelle fabbriche del gruppo, a partire da quella di corso Agnelli, non si lavorerà più di due settimane al mese. Ed anche i 900 addetti della MiTo, l´unica vettura che sembrava quasi immune agli stop, saranno coinvolti nei fermi. Un duro colpo per i salari delle tute blu.

Il quadro è sempre più difficile e l´azienda ha spiegato che «a causa della grave crisi economica internazionale, non sussistono le condizioni per rinnovare l´accordo sindacale di gruppo». Gli incontri proseguiranno e Fim, Fiom e Uilm hanno chiesto un faccia a faccia con l´ad Sergio Marchionne, possibile a breve, per capire come l´azienda intende muoversi. Le diverse sigle organizzeranno a gennaio una manifestazione unitaria «per chiedere al governo un intervento straordinario a sostegno dell´industria dell´auto e, più in generale, a favore del manifatturiero che produce innovazione tecnologica e occupazione».
(Repubblica, 17 dicembre 2008)
"LA STAMPA" 13 dicembre 2008
"LA STAMPA" 13 dicembre 2008

 

Venerdì 5 dicembre 

Politiche contrattuali.

Accordo separato Confapi, Cisl e Uil

«L’accordo separato tra Confapi, Cisl e Uil sulla struttura contrattuale – ha affermato Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom – va persino oltre le linee guida della Confindustria, rendendo chiaro, se ce ne fosse ancora bisogno, che siamo di fronte ad una operazione concordata contro la Cgil per definire un sistema che annulla l’autonomia del sindacato e dei lavoratori.»

 

 

«Lo sciopero generale della Cgil per superare la concertazione»

di Fabio Sebastiani

su Liberazione del 10/11/2008

A colloquio con Giorgio Cremaschi, segretario Fiom-Cgil, leader Rete 28 aprile

Si è invertita davvero una tendenza o la Cgil ha fatto una scelta tattica?
Prima di rispondere alla tua domanda vorrei dire due cose in premessa

Prego.
Innanzitutto, ricordare Carla Casalini. La sua perdita è stata enorme per noi tutti. E' stata a fianco di tutte le lotte e le battaglie sindacali più importanti. E poi denunciare che hanno devastato il sito della Rete 28 aprile, attrverso una invasione mirata di hacker. Fa parte del clima che si sta creando di spinte autoritarie, fasciste e comunque di sopraffazione.

Ritorniamo alla prima domanda.
No, non è solo tattica. E' una necessità. La Cgil ha scelto di lottare, e credo che sarà necessario fino allo sciopero generale. Alla base di questa scelta ci sono due spinte: di una parte della Cgil, della Fiom e della Fuzione pubblica da una parte, e della base dall'altra. Adesso c'è la lotta. Però la Cgil dovrà definire una sua nuova piattaforma che superi la fase della concertazione e per fare questo ci sarà il congresso. Nel frattempo però avremo una lunga fase di conflitto.

Ma fino a pochi mesi fa lo sciopero generale era una ipotesi remota.
E' evidente che il gruppo dirigente della Cgil si è fermato un attimo prima del burrone. Una Cgil che avesse aderito alle linee guida della Confindustria insieme a Cisl e Uil sarebbe stata una catastrofe sia per il sindacato che per i lavoratori italiani. L'assemblea del Palalottomatica a Roma della Cgil ha posto rivendicazioni che vanno oltre la piattaforma confederale. Penso al punto sul precariato e a quello sulla cassa integrazione.

Voglio dire, l'esplosione della crisi ha cambiato parecchio le carte in tavola.
C'è la crisi ed ha cambiato molto. Considero un fatto positivo, però, che la Cgil non sia rimasta impermeabile. E' il segno di una recettività della Cgil. Ci siamo battuti per anni contro questo assetto. Penso a come è andata la conferenza di organizzazione alla fine di maggio dove votammo contro in pochissimi e ci fu la messa in minoranza della Fiom sul sistema contrattuale. Un clima che ancora risentiva totalmente del periodo negativo del governo Prodi. Se confronto questo, con la prospettiva dello sciopero generale, la mobilitazione dei metalmeccanici il 12 dicembre e l'azione delle altre categorie come Funzione pubblica e commercio, è chiaro che è cambiato totalmente il quadro. Di fronte alla crisi le alternative si fanno più nette. O scegli la linea che Sacconi ha chiamato della complicità. Cisl e Uil l'hanno scelta ed è da vedere se reggeranno anche con i loro iscritti. E' vero che c'è una crisi economica. E' vero che c'è il ritorno all'intervento pubblico, ma la sostanza è che si ripropongono tutte le politiche economiche di prima.

Dicevi Cgil ricettiva, ma Alitalia?
C'è stato un evidente cedimento, per la semplice ragione che i principi di democrazia che sono stati sostenuti un mese fa adesso non vengono più difesi mentre dall'altra parte c'è un governo e una Cai che stanno sperimentando un "reaganismo" fuori tempo. Trasformare un accordo collettivo non votato dai lavoratori in un contratto di adesione individuale è una mostruosità che va combattutta al di là del merito dell'accordo.

Uno sciopero generale preparato con i quadri della concertazione potrebbe comportare dei rischi, o no?
E' evidente che il sindacato è ancora quello della concertazione, anche se la concertazione non c'è più. Penso che lo sciopero generale riuscirà perché risponderà a un bisogno profodno delle persone. La colpa della crisi ce l'hanno la finanza come l'industria. E lo sciopero sarà per far parlare le persone in carne ed ossa.

Secondo te la Fiom è uscita dal senso di accerchiamento?
Veniamo da una distinzione profonda tra Fiom e Cgil. Il 23 luglio del 2008 c'è stata una grande assemblea a Roma autoconvocata dalla maggioranza della Fiom, da Lavoro Società e dalla Rete 28 aprile. Allora dicemmo, ci vuole l'autunno caldo e lo sciopero generale. La situazione si sta spostando. Questo spostamento non può essere però la ripetizione del 2002. La situazione è profondamente cambiata. La concertazione è finita e non si torna ad essa. E' necessario lo sciopero generale, ma come avvio di una ulteriore fase di movimento
Prevedere una lunga fase in cui come si diceva una volta si riorganizza la forza del lavoro.

Sì, uno slogan degli anni sessanta e settanta. Oggi la differenza, però, la fanno i quattro milioni di precari.
Quello che sta avvenendo sui precari che vengono licenziati dalla sera alla mattina, dimostra che le leggi degli anni '90 hanno fallito l'obiettivo che si proponevano, quello cioè di precarizzare l'occupazione ma di aumentare i posti di lavoro. Oggi sono solo lo strumento per licenziare più in fretta e in modo indolore. Nel programma della Cgil tutte le leggi devono essere rovesciate. Nell'immediato bisogna costruire intese, lotte e solidarietà sulla vertenze dei precari, così come il movimento degli studenti sta ponendo il punto sulla precarietà di vita e di lavoro. Torna in campo la questione della eguaglianza sociale, che è l'esatto opposto dell'ideologia del merito. Non sono contro il merito ma il merito non c'entra niente con quello che oggi viene proposto, che è in realtà un premio alla fedeltà, all'ubbidienza e alla selezione di classe.

Ancora sulla Fiom, le proposte della Fiom sembrano avere un respiro che va al di là del recinto categoriale costruito dalla concertazione.
Vedo una prospettiva in cui come nei momenti migliori della storia della Cgil l'esperienza e la cultura dei metalmeccanici diventa strumento di rinnovamento più generale di tutta la confederazione. La Fiom, poi, ha una sfida davanti a se. L'attacco delle aziende cresce e sarà durissimo, sia sul contratto nazionale che sull'aziendale. Tutto questo in una situazione di crisi difficile che verrà usata dai padroni per dividere e frantumare.

Intanto, però, è l'unità sindacale ad essere frantumata.
Oggi c'è un sindacalismo moderato che vede coincidenti le posizioni di Cisl, Uil e Ugl e il ritorno in campo di un sindacalismo conflittutale di massa, che non è solo quello della Cgil, come dimostra il successo dello sciopero dei sindacati di base. Penso che se tu mi dici unità, la Cgil debba dialogare coi sindacati di base. Il futuro è quello di una democrazia sindacale che permette ai lavoratori di scegliere con trasparenza e senza posti garantiti per nessuno.

CRISI - 30.000 lavoratori in Cig, 4.000 precari a casa

Si è svolto ieri (10 novembre, n.d.r.) a Torino, presso il Sermig, l'assemblea con oltre 700 delegati regionali della Fiom.
Giorgio Airaudo, segretario regionale Fiom, che ha tenuto la relazione introduttiva, ha analizzato i dati della crisi nella nostra regione, che coinvolge oltre 30.000 lavoratori in cassa integrazione e circa 3800 precari a cui non è stato rinnovato il contratto: «Non si possono trovare risorse per salvare le banche e non per aiutare i lavoratori: per questo chiediamo che venga aumentata l'indennità di cassa integrazione, in modo che arrivi a coprire l'80% dello stipendio, e che gli ammortizzatori sociali vengano estesi anche ai lavoratori precari che ne sono esclusi. Inoltre non possiamo accettare che venga chiusa alcuna fabbrica, e la determinazione dei lavoratori della Dayco ha dimostrato che è possibile mantenere aperti gli stabilimenti». Dato che la crisi è sempre più estesa e colpisce tutti i settori, Airaudo ha concluso dicendo che «serve una mobilitazione generale che raccolga tutte le proteste, dai metalmeccanici alla scuola, dal pubblico impiego al commercio, e che sappia durare nel tempo».
Durante l'assemblea sono intervenuti delegati di varie aziende piemontesi in difficoltà, nonché rappresentanti del mondo della scuola, del pubblico impiego e del movimento degli studenti, e esponenti della segreteria regionale della Cgil.
Gianni Rinaldini, segretario nazionale della Fiom, ha concluso l'assemblea: «La crisi è usata da governo e confindustria per andare contro il sindacato, per portarlo fuori dai luoghi di lavoro e lasciargli come unica possibilità di sopravvivenza gli enti bilaterali. In questa fase il moltiplicarsi delle iniziative di lotta, così come le proteste degli studenti, richiedono da parte della Cgil la definizione di un percorso che porti allo sciopero generale e che proseguano anche dopo la fine dell'anno e l'approvazione della finanziaria».
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AIRAUDO - La crisi peggiore dal dopoguerra

Il dato ufficiale è fermo ancora al 31 ottobre. Ed è inquietante: in due mesi, solo in provincia di Torino, 208 aziende hanno fatto ricorso alla cassa integrazione. Un provvedimento che ha colpito circa 20mila lavoratori, più del doppio di quelli coinvolti in tutto il resto dell’anno. Da gennaio ad agosto, infatti, le imprese a chiedere la cassa erano state 190, per “appena” 9mila lavoratori. «È la crisi peggiore di tutto il dopoguerra» ammette il segretario provinciale della Fiom, Giorgio Airaudo, leggendo le cifre che danno l’effettiva dimensione del dramma economico e sociale in corso.

Segretario Airaudo, sono numeri che si commentano da soli.

«Va anche peggio. Solo stamattina (ieri) abbiamo avuto i dati relativi all’inizio di novembre. In tre giorni ci sono state altre 79 richieste di cassa integrazione, di cui 45 di aziende associate all’Amma, 23 all’Api e 11 non associate. Aggiungendo queste, solo nel nostro settore i lavoratori coinvolti nella cassa integrazione sono 23-24 mila. Fra questi, 7mila del Gruppo Fiat».

Si ricorda in passato una situazione analoga?

«Non c’è mai stato un problema simile, almeno nel dopoguerra. È inquietante che gli imprenditori non sappiano quanto durerà. Si parla di 18-24 mesi, ma la paura è che la crisi non sia esplosa del tutto. In questi giorni due centri studi europei hanno calcolato che bisognerà aspettare il 2013 perché la produzione di automobili torni ai livelli del 2007. Solo l’anno prossimo si produrranno 2 milioni di auto in meno. Più in generale, non ne usciremo con lo stesso livello di consumi con cui siamo entrati».

A Torino la crisi è esplosa violenta, molto più che altrove.

«A Torino si è vista subito, perché c’è una concentrazione eccezionale del settore metalmeccanico e dell’indotto dell’autoveicolo. Ma anche in questo caso siamo un laboratorio, stiamo anticipando qualcosa che si estenderà al resto d’Italia».

Cosa la preoccupa in modo particolare?

«La grande incertezza che vedo nei lavoratori. E poi i precari, che vengono sempre più considerati come una naturale flessibilità e mandati a casa».

Su che terreno vi state battendo per tutelare i lavoratori in difficoltà?

«Questa crisi è eccezionale ed eccezionali devono essere le contromisure: sospendere i licenziamenti per due anni, estendere la cassa integrazione anche ai precari, garantire i prestiti bancari. Poi bisogna evitare di far chiudere le aziende, come siamo riusciti a fare con la Dayco».

Qual è, secondo lei, la via migliore per uscire da questa situazione?

«Aiutare gli investimenti, insistere sulla ricerca, aprire una discussione sui prodotti che portano innovazione. Ad esempio, è inammissibile non avere da noi un’azienda che produce celle fotovoltaiche».

Mercoledì si è insediato il comitato anti-crisi guidato dalla Regione. Che opinione si è fatto?

«Innanzitutto gli enti locali dovrebbero fare lobby fra loro e con il Governo, concordando 3-4 cose. Va bene salvare le banche e le imprese, ma occorre estendere la cassa integrazione ai precari, anche con una legge apposita. Tra l’altro, come forse a volte qualcuno non ricorda, il fondo è pagato dagli stessi lavoratori e le risorse già ci sono. Non occorrono soldi in più, basta estenderne l’utilizzo, altrimenti finisce che il conto lo paga Pantalone. O meglio, lo pagano i più deboli».

Ci sono delle colpe specifiche, da parte della politica e dei sindacati? Oppure la crisi sarebbe stata comunque così grave?

«Politica e sindacati devono fare due mestieri diversi. Prima che un sindacalista si butti in politica ci vuole qualche anno di “decantazione”. Io rivendico senza problemi di essere fazioso, di rappresentare una parte, che è quella dei lavoratori. Non posso passare immediatamente al ruolo di politico. Ma, allo stesso tempo, i politici tirano troppo la giacchetta ai sindacati».

Il caso Motorola. All’interno dell’azienda non c’erano rappresentanze sindacali.

«Noi inizialmente siamo andati dai dipendenti, prima di scoprire che avevano contratti del commercio e quindi non ci riguardavano come metalmeccanici. Bene, loro ci parlavano di nascosto, un po’ perché spaventati dall’azienda, un po’ perché si sentivano forti e non ritenevano il sindacato indispensabile. La colpa è anche di una certa campagna che c’è stata in passato, volta a far credere che i sindacati non servissero più. Ora si vedono i risultati, ma si vedono anche le debolezze sindacali: una crisi di rappresentanza non si supera buttandosi nelle braccia della politica, ma tornando nelle aziende».

Non si può però ridurre tutto a una questione fra politica e sindacati.

«Certo che no, per troppi anni si è detto che Torino poteva fare a meno della fabbriche. Noi le abbiamo difese e venivamo etichettati come dinosauri comunisti. È chiaro anche che il futuro delle fabbriche dovrà essere diverso, non potrà essere il motore a scoppio, per esempio. Ma a volte il problema sono gli stessi industriali».

Che cosa intende?

«Sono stupito che l’Unione Industriale batta cassa con le banche e chieda contributi pubblici e poi faccia fatica ad accettare i precari come lavoratori a tutti gli effetti e non solo come sinonimo di flessibilità. I funzionari dell’Unione Industriale devono capire che questa crisi cambierà l’agenda di tutti».
(Torino Cronaca, 7 novembre 2008)